L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte II di VI: Il Mercante di Venezia

Inizieremo questa seconda parte con un breve riassunto di una delle commedie più oscure di Shakespeare, Il Mercante di Venezia, per poi passare all’analisi dell’opera utilizzando come riferimento il libro di Priscilla Costello Shakespeare and the Stars (qui la parte I).

Antonio, un mercante veneziano, è malinconico; il suo amico Bassanio gli chiede un prestito per poter corteggiare Porzia, una ricca ereditiera di Belmonte. Antonio, non avendo liquidità, garantisce il prestito ottenuto da Shylock, un usuraio ebreo, firmando una strana obbligazione: se il denaro non verrà restituito, Shylock potrà esigere una libbra di carne dal suo corpo. Bassanio parte per Belmonte, vince la mano di Porzia scegliendo lo scrigno giusto durante una prova a corte e si sposa; intanto la figlia di Shylock, Jessica, fugge con parte del patrimonio paterno. Quando le navi di Antonio non rientrano e il prestito scade, Shylock pretende la pena prevista dal contratto e Antonio viene portato in tribunale. Porzia, travestita da avvocato, salva Antonio trovando un cavillo legale: Shylock può prendere la carne ma non versare sangue, e così la sua pretesa fallisce; inoltre subisce la perdita di parte dei suoi beni e la forzata conversione al cristianesimo. La vicenda si chiude a Belmonte con il ricongiungimento delle tre coppie protagoniste e la restituzione miracolosa delle ricchezze di Antonio.

Indice dei Contenuti

  1. Il Mercante di Venezia come dramma venusiano
  2. Venezia, il Toro e il prezzo dei sentimenti
  3. Belmonte e la Bilancia: relazioni, legge e armonia ideale
  4. Tra giustizia e perdono, il volto umano della legge
  5. Amicizia maschile e priorità affettive
  6. Conclusione

Il Mercante di Venezia come dramma venusiano

Nel cuore di Venezia, tra navi e banchieri, Shakespeare mette in scena una partita a tre – amore, legge e denaro – che oltre a costituire la trama dell’opera, rappresenta una vera e propria dinamica simbolica. Analizzando il dramma in chiave astrologica, scopriamo che il vero protagonista non è un personaggio umano, ma il pianeta Venere, antica dea del cielo e signora di due segni molto diversi tra loro. Da un lato governa il Toro, il regno del possesso, della concretezza e del valore misurabile; dall’altro la Bilancia, il regno delle relazioni, dell’armonia e della legge.

La doppia natura venusiana agisce come principio strutturante dell’intero dramma. Nel polo taurino, Venezia traduce ogni legame in un equivalente economico; l’amicizia tra Antonio e Bassanio si concretizza così in un contratto che impegna una libbra di carne, trasformando il corpo in garanzia e l’affetto in debito. Anche il furto dell’anello di Shylock da parte di Jessica, apparentemente un dettaglio marginale, mostra come il valore affettivo e quello materiale siano indissolubili. L’oggetto perduto è un ricordo familiare, ma anche il punto in cui si concentrano identità, memoria e possesso: “Era la mia turchese, la ebbi da Lia, quando ero scapolo. Non l’avrei data via neanche per una foresta di scimmie!” (III, i). Il polo bilancino emerge invece a Belmonte, dove la prova dei tre scrigni diventa un rito di scelta fondato sulla misura interiore e sulla ricerca dei valori. Qui l’amore non si esprime attraverso il possesso, ma attraverso la capacità di discernere, di riconoscere il valore oltre l’apparenza; è uno spazio in cui l’amore prende forma attraverso un equilibrio consapevole tra scelta, misura e riconoscimento reciproco. Questa qualità relazionale trova una delle sue forme più limpide nella scena notturna tra Lorenzo e Jessica, dove l’amore si trasforma in dialogo speculare e simmetria affettiva. Nella quiete della notte, i due si scambiano immagini mitiche che si rispondono come in un duetto perfettamente calibrato: un ritmo di voce e controvoce che incarna l’idea bilancina di armonia. “In una notte come questa…”, ripetono entrambi, intrecciando i loro racconti come se ciascuno fosse il riflesso dell’altro.

Shakespeare, tuttavia, non separa i due poli in compartimenti stagni, ma li fa interagire. L’intervento di Porzia in tribunale ne è un esempio emblematico. La legge, apparentemente applicata con rigore, si piega a un uso strategico che confonde misericordia e punizione, innescando continui slittamenti di senso. Allo stesso modo, la dinamica degli anelli nel finale mostra come anche l’amore, per affermarsi, debba attraversare la logica dello scambio e della prova. Il risultato è un tessuto narrativo in cui la bellezza e il possesso, la legge e la grazia si sovrappongono e si incrinano a vicenda, costringendo lo spettatore a navigare ambiguità morali piuttosto che a trovare risposte nette.

Venezia, il Toro e il prezzo dei sentimenti

Mercanti Veneziani,
di Luca Carlevarijs

Venezia rappresenta il dominio taurino per eccellenza, una città regolata dal commercio e dalla sicurezza delle transazioni, dove il valore si esprime in ducati, garanzie e beni mobili. In questo contesto, gli interessi materiali coincidono spesso con l’identità stessa dei personaggi. Shylock custodisce contratti e denaro come estensioni della propria persona; Bassanio misura la possibilità della sua ascesa sociale in termini di dote, mentre Jessica, fuggendo, porta con sé i ‘beni mobili’ del padre e li disperde, incrinando il legame tra patrimonio e appartenenza.

La fissità del Toro illumina l’ostinazione di Shylock nel pretendere la lettera del contratto: la sua logica è quella del possesso, che non distingue nettamente tra beni e affetti. Lo si vede con particolare chiarezza nella sua reazione alla fuga della figlia, quando il dolore per la perdita familiare si sovrappone alla perdita economica: “Vorrei mia figlia morta ai miei piedi, con i gioielli negli orecchi! La vorrei ai miei piedi in una bara, con i ducati nella cassa!” (III, i). La sua invettiva – in cui immagina Jessica morta ai suoi piedi purché adornata dei gioielli sottratti – è sia un eccesso emotivo che la manifestazione di un sistema di valori in cui l’amore stesso è pensato in termini di proprietà, conservazione e perdita. Eppure Shakespeare non lo riduce mai a una figura bidimensionale, a un semplice cattivo da commedia o a una caricatura. In un’opera che la tradizione ha spesso letto – e talvolta accusato – attraverso la lente dell’antisemitismo, Shakespeare compie invece l’opposto: prende un personaggio che nella cultura elisabettiana sarebbe stato un villano stereotipato e gli dà spessore, lasciando che esterni il suo dolore e la sua dignità ferita. Affermando che la crudeltà che gli è stata inflitta giustifica il suo desiderio di vendetta, Shakespeare mostra come la durezza del personaggio sia in gran parte reazione a torti ripetuti. La celebre invocazione “Non ha occhi un ebreo?”, quindi, costringe lo spettatore a riconoscere l’umanità dietro lo stereotipo, trasformando il villano in una figura tragica e memorabile.

“Io sono un ebreo.
Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, un ebreo,
organi, membra, sensi, affetti, passione?
Non è nutrito dallo stesso cibo,
ferito dalle stesse armi,
assoggettato alle stesse malattie,
curato dagli stessi rimedi,
riscaldato e raffreddato dallo stesso inverno
e dalla stessa estate, come lo è un cristiano?
Se ci pungete, non sanguiniamo?
Se ci fate il solletico, non ridiamo?
Se ci avvelenate, non moriamo?” (III, i)

Quel che si perde nel tribunale riemerge poi nei gesti quotidiani di cura, mostrando così i due volti della Venere taurina. I tratti più luminosi di questa Venere si manifestano, infatti, nella concretezza dell’affetto e nel piacere sensoriale. Antonio esprime la sua lealtà con gesti materiali, garantendo il prestito per Bassanio e dimostrando che l’amore può tradursi in cura tangibile: i doni duraturi come l’anello e la dote funzionano da pegni di fedeltà, oggetti che incarnano un valore stabile; la fedeltà amicale di Antonio è esempio di costanza e affidabilità; il ritorno delle navi e la restaurazione del patrimonio ristabiliscono la sicurezza materiale su cui si fondano i legami; infine, le scene notturne e la musica sottolineano il godimento estetico condiviso, mostrando come la stessa energia che può diventare attaccamento e possesso possa anche favorire la cura, il piacere e la stabilità.

Belmonte e la Bilancia: relazioni, legge e armonia ideale

Belmonte è il regno del segno della Bilancia: musica, matrimonio, bellezza e la prova dei tre scrigni che rovescia le aspettative mercantili. Proprio nel momento decisivo della scelta dello scrigno, Bassanio pronuncia uno dei discorsi più lucidi dell’intero dramma: una riflessione sulle illusioni del mondo, sulla seduzione dell’oro e sulla facilità con cui scambiamo il luccichio per valore: “Non è oro tutto quel che luce” (II, vii). È un passaggio che sembra scritto per il mondo moderno, abituato a confondere prezzo e qualità, immagine e sostanza. Bassanio smaschera la logica di Venezia – la logica taurina del possesso – e la rovescia. Dice, in sostanza: non fidarti dell’oro, perché l’oro è il trucco con cui il mondo maschera la menzogna. È un momento in cui Shakespeare suggerisce di guardare oltre la superficie, a diffidare dei lustrini che nascondono la verità. Questo discorso è il ponte perfetto verso il regno quasi celestiale di Belmonte: un luogo dove il valore, piuttosto che in ducati, è misurato in scelte morali, e dove la bellezza, più che un ornamento, è un’armonia interiore. Bassanio sceglie il piombo proprio perché rifiuta l’apparenza, e così facendo si allinea – forse per la prima volta – a valori della Bilancia quali l’equilibrio, il discernimento e l’autenticità.

Porzia incarna le qualità tipiche della Bilancia: grazia, tatto, capacità di giudizio, ma anche una certa ambivalenza morale. Nel tribunale invoca la misericordia come principio superiore, salvo poi ricorrere al cavillo legale per rovesciare la posizione di Shylock. La scena mette in luce la tensione strutturale tra spirito della legge e lettera della legge. Shylock, ebreo, insiste sulla validità formale del contratto, mentre Porzia, cristiana, pur appellandosi alla clemenza, non esita a far valere un formalismo giuridico che finisce per annientarlo. La Bilancia, che dovrebbe mediare, si rivela così esposta al rischio di piegarsi alla logica del potere, mostrando l’apparente incoerenza di chi predica la grazia e poi impone conversioni e confische. Questa ambivalenza non è un difetto del personaggio, ma una conseguenza della posizione che occupa. Porzia interviene per salvare Antonio e, nel farlo, è costretta a ribilanciare continuamente i pesi in gioco, oscillando tra equità e strategia.

Porzia e Shylock,
di Edward Alcock, 1778

“La clemenza ha natura non forzata,
cade dal cielo come la pioggia gentile
sulla terra sottostante; è due volte benedetta,
benedice chi la offre e chi la riceve;
è più potente nei più potenti, e si addice
al monarca in trono più della sua corona.
Lo scettro mostra la forza del potere temporale,
è l’attributo della soggezione e della maestà,
sede del timore che incutono i regnanti;
ma la clemenza sta sopra al dominio dello scettro,
ha il suo trono nel cuore dei re”. (IV, i)

Tra giustizia e perdono, il volto umano della legge

La parola inglese ‘bond’ (*) è il fulcro semantico e morale del dramma perché concentra in una sola voce tre registri che nel testo si sovrappongono e si contraddicono: economico (un titolo di debito), legale (un obbligo scritto e sigillato) e affettivo (il vincolo che unisce amici, amanti e coniugi). Questa pluralità di significati permette al termine di raccogliere e mettere in relazione i temi centrali: quando Bassanio parla di debiti d’onore, quando Antonio firma il contratto con Shylock e quando Porzia invoca la ‘clemenza’ in tribunale. Tutte le accezioni di bond si intrecciano e si rispecchiano.

Come abbiamo visto, il paradosso morale si manifesta qui con particolare forza: il processo contro Shylock mostra la norma strumentalizzata a fini vendicativi e punitivi e il bond che dovrebbe proteggere i legami sociali si trasforma in uno strumento di annientamento. “Vedrai tu stesso il testo, perché, dato che esigi giustizia, sta’ certo che avrai più giustizia di quanta ne desideri” (IV, i). Il contratto che avrebbe dovuto regolare un accordo commerciale diventa un’arma che distrugge la dignità di un uomo, gli sottrae i beni e lo costringe alla conversione. La vittoria sul piano giuridico si muta così in sconfitta morale. La lettera del bond è rispettata, ma lo spirito che dovrebbe animare la comunità – misericordia, rispetto, riconoscimento dell’umanità altrui – viene calpestato.

Belmont, con la sua musica e il suo ideale di unione, sembra offrire la riconciliazione ultima, un luogo in cui i legami si intrecciano e gli scambi affettivi – come l’anello che passa di mano in mano – diventano il segno di un vincolo che si fonda sulla reciprocità, e dove la parola bond richiama prima di tutto la forza del legame amoroso. Tuttavia, la festa finale non cancella il prezzo pagato per arrivarci. La perdita della dignità di Shylock, la confisca dei suoi beni e la sua conversione forzata restano una macchia indelebile che impedisce una lettura ingenuamente lieta. La riconciliazione è costruita su un compromesso morale. In altre parole, il bond che unisce – amicizia, matrimonio, comunità – convive nel dramma con il bond che lega per forza, che vincola e che punisce. Ed è proprio questa ambivalenza a rendere la commedia di Shakespeare così inquietante e ancora oggi così attuale.

Amicizia maschile e priorità affettive

Un altro tema venusiano è la relazione tra Antonio e Bassanio. La loro amicizia costituisce il cuore emotivo del dramma perché mette in scena, in modo insieme semplice e perturbante, la tensione tra ragione – ovvero dovere, ordine sociale, legge morale – e sentimento – ossia affetto intenso e lealtà personale. Antonio agisce come se la sua identità fosse definita dal ruolo del ‘buon amico’ perché fa da garante e rischia la vita per Bassanio senza calcolare utilità o ritorni. Questo gesto somiglia a un atto di ragione morale elevata, un’ideale di generosità che la cultura rinascimentale, influenzata da Aristotele e dalla tradizione cristiana, poteva lodare come virtù civica. È anche un atto profondamente sentimentale che sfida le categorie pratiche del commercio veneziano. Antonio non si comporta da mercante, bensì come qualcuno per cui il legame affettivo vale più della logica economica.

Bassanio, al contrario, è diviso. Da un lato desidera sinceramente Porzia e la vita che lei rappresenta, dall’altro porta con sé l’abitudine a misurare il mondo in termini di valore e opportunità. Il momento dell’anello cristallizza questa ambivalenza. L’anello è dono, pegno d’amore e simbolo di fedeltà matrimoniale, ma è anche un ‘oggetto’ che può essere scambiato, perso o venduto. Quando Bassanio cede l’anello (spinto dall’amicizia e dall’urgenza di salvare Antonio), la scena mette in luce la fragilità dei confini tra amicizia maschile e vincolo coniugale. Il gesto che salva la vita dell’amico mette a rischio la fiducia della moglie, e rivela che i legami affettivi possono entrare in conflitto tra loro.

Nel contesto rinascimentale, le amicizie maschili avevano una valenza culturale particolare. Letterati e filosofi – da Cicerone ad Aristotele, passando per i commentatori cristiani – celebravano l’amicizia come forma alta di amore, spesso descritta in termini quasi spirituali: fedeltà, condivisione di beni e sacrificio reciproco. Queste relazioni potevano essere idealizzate fino a sfiorare l’intensità passionale, senza che ciò implicasse necessariamente una connotazione sessuale nei termini moderni. Poiché si riteneva che la relazione uomo‑donna turbasse la ragione con passioni sconvolgenti, l’amicizia maschile veniva considerata nobilitante e arricchente. Per il pubblico elisabettiano, l’amicizia virile poteva dunque essere vista come un modello di virtù civica, ma anche come una fonte di tensione quando entrava in collisione con il matrimonio e con le aspettative sociali. Shakespeare sfrutta questa ambivalenza: Antonio oltrepassa la figura dell’amico generoso perché la sua dedizione affettiva contrasta apertamente con la logica mercantile che governa Venezia. Bassanio, invece, più che un semplice corteggiatore, deve riorientare le proprie lealtà e priorità. Alla fine Antonio rinuncia al primato affettivo e accetta che Bassanio appartenga ora anche a Porzia, ma il percorso mostra quanto siano sottili e instabili i confini tra amore platonico, obbligo morale e debito sociale. È questa ambiguità che rende la loro relazione così forte e ancora oggi così discussa.

Conclusione

Una lettura venusiana del Mercante di Venezia mostra che i dilemmi etici dell’opera scaturiscono dall’attrito tra due logiche, quella del valore misurabile e tangibile, che domina la città lagunare, e quella del discernimento e dell’armonia, che prende forma a Belmonte. Shakespeare non offre soluzioni nette ai conflitti morali che attraversano il dramma e pone il lettore di fronte a una scelta morale che non si risolve con un semplice lieto fine. La festa a Belmonte, infatti, non cancella la ferita inflitta a Shylock e la conversione forzata rimane una macchia etica sulla riconciliazione apparente. Il vero miracolo del dramma, lungi dall’essere la restituzione dei beni di Antonio, è la possibilità che lo spettatore riconosca l’umanità degli altri – anche quando la storia mostra il peggio di noi – e misuri la propria compassione alla luce di questa ambivalenza.

(*) Il termine inglese bond riunisce significati diversi – obbligazione legale, debito economico, legame affettivo e vincolo coercitivo – che nessuna singola parola italiana può rendere integralmente.

Fonte: Shakespeare and the Stars, di Priscilla Costello, Ibis Press – 2016.