L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte III di VI: La Tempesta

Proseguiamo la serie dedicata alle opere di Shakespeare. In questa terza puntata esamineremo come Priscilla Costello, in Shakespeare and the Stars, legge La Tempesta attraverso l’archetipo gioviano e come questa prospettiva faccia luce sui temi della provvidenza, della magia e della trasformazione che attraversano il dramma.

Riassunto: La storia si apre con una violenta tempesta che fa naufragare la nave di Alonso, re di Napoli, e dei suoi compagni su un’isola remota. La tempesta non è naturale, è stata provocata da Prospero, il legittimo duca di Milano, esiliato anni prima dal fratello Antonio e approdato sull’isola insieme alla figlia Miranda. Qui Prospero ha studiato le arti magiche e governa l’isola con l’aiuto dello spirito Ariel e del selvaggio Calibano. Una volta che i suoi nemici sono sull’isola, Prospero mette in atto una serie di incantesimi e inganni per separarli, confonderli e condurli verso il riconoscimento delle proprie colpe. Nel frattempo, Miranda incontra Ferdinando, figlio del re, e tra i due nasce un amore immediato che Prospero osserva e mette alla prova. I naufraghi vagano per l’isola: alcuni complottano per ottenere il potere, altri si pentono, altri ancora cadono vittime di illusioni create da Ariel. Alla fine Prospero rivela la sua identità, perdona i traditori, rinuncia alla magia e si prepara a tornare a Milano per riprendere il suo ruolo di duca. Miranda e Ferdinando si uniranno in matrimonio, suggellando la riconciliazione tra le due famiglie. La vicenda si chiude con Prospero che scioglie gli incantesimi e libera Ariel.

  1. Il segno dei Pesci e il dominio di Giove
  2. Provvidenza e collera: il volto gioviano del potere
  3. Giove e l’arte della liberazione
  4. Nettuno, sogno e stati alterati di coscienza
  5. Prospero, la magia bianca e l’integrazione dell’ombra
  6. Conclusione

Il segno dei Pesci e il dominio di Giove

I Pesci, per Costello, sono il segno della soglia, territori liminali fuori dallo spazio e dal tempo dove la coscienza si apre al materiale inconscio e la perdita può trasformarsi in sapienza. L’isola di La Tempesta in cui sono ambientati i protagonisti funziona come un laboratorio simbolico dove si intrecciano natura, memoria e trasformazione personale. In questo contesto l’acqua diventa l’immagine centrale, elemento che separa, unisce e trasforma. L’immaginario acquatico attraversa l’opera come un filo continuo; lo troviamo nell’oceano che inghiotte la nave e poi restituisce i naufraghi, nelle creature ibride che popolano l’isola, nelle metamorfosi liquide evocate dai canti di Ariel e nell’isola stessa, che sembra emergere e scomparire come un banco di nebbia. Si ha la sensazione che tutto si muova in un paesaggio fluido, dove i confini tra realtà e illusione si allentano e il mondo appare sospeso, come se fosse ancora in fase di formazione. Emblematico è il pensiero di Miranda, rivolto al padre per calmare le acque agitate: “Sembra che il cielo voglia rovesciare fetida pece ma il mare, montando fino alle guance delle nubi, spegne il fuoco” (I, ii). È una delle immagini marine più potenti dell’opera; il mare che sale fino al cielo e spegne il fuoco celeste è una visione quasi cosmologica e conferma l’acqua come principio attivo di trasformazione.

In questo orizzonte mobile affiorano numerosi elementi legati al pianeta Giove, anticamente associato al segno dei Pesci. Il numero dodici – gli anni dell’esilio di Prospero e il periodo in cui Ariel rimane imprigionato nel pino – assume un valore simbolico preciso: dodici è la durata del ciclo orbitale di Giove, pianeta della fortuna, della sapienza e dell’espansione. Prospero stesso ricorda “Dodici anni fa, Miranda, dodici anni fa tuo padre era il Duca di Milano e principe potente” (I, ii), un dato testuale che rafforza la lettura del dodici come ciclo di maturazione e rinnovamento. Ma dodici è anche il numero della dodicesima casa sulla ruota zodiacale, dominio di Nettuno, che nella tradizione astrologica governa l’isolamento, il ritiro, i luoghi remoti e i processi interiori che maturano lontano dal mondo (Saturno ha la sua gioia in questa casa). L’isola di Prospero si colloca esattamente in questo spazio, un territorio appartato e sospeso tra visibile e invisibile, dove ciò che è stato perduto può essere rielaborato. È interessante notare come l’isola, lontana dalle mappe e vicina al mondo onirico, diventi così per la Costello un frammento di coscienza emerso dall’oceano dell’inconscio, un teatro in cui mito, geografia e psiche si sovrappongono. Qui l’acqua è principio di metamorfosi, è forza che divide e connette, che dissolve strutture e al contempo apre lo spazio per ricostruire. È in questo spazio liquido che Prospero prepara il ritorno al mondo e che gli altri personaggi, ciascuno a suo modo, attraversano la loro piccola tempesta interiore.

Oltre al pino che imprigiona Ariel e al nome Prospero, che evoca prosperità, protezione e crescita, altri dettagli rinforzano il quadro gioviano dell’opera. La tempesta stessa richiama la potenza di Giove: tuono e fulmine agiscono come segni di autorità e giudizio, mentre la menzione di una quercia offre un controcampo arboreo che rimanda alla sacralità e alla tutela sovrana. “Io ho dato fuoco al tremendo, strepitoso tuono, e schiantato la solida quercia di Giove con la sua stessa folgore…” (V, i). Immagini di abbondanza – corallo, perle, metamorfosi marina – e scene rituali con banchetti e maschere completano il repertorio. Tutto concorre a inscrivere la vicenda in un tempo ciclico e iniziatico, in cui l’esilio diventa la condizione necessaria per una trasformazione più ampia di tutti i personaggi coinvolti.

Provvidenza e collera: il volto gioviano del potere

La figura di Prospero incarna insieme il volto luminoso e quello ombroso di Giove. Da un lato è il beneficiario della sua protezione: la provvidenza lo salva dal naufragio politico, gli mette tra le mani i libri, gli concede tempo e solitudine, trasformando l’esilio in un’occasione di crescita e di approfondimento del sapere. Dall’altro lato, la stessa inclinazione alla contemplazione e allo studio – tratti tipicamente gioviani – lo aveva reso vulnerabile e distratto rispetto ai doveri del governo, aprendo la strada all’usurpazione del fratello. “La mia biblioteca era un ducato, già fin troppo vasto”; “Affidai il governo a mio fratello e mi estraniai dal mio ruolo, trasportato, rapito in studi segreti” (I, ii). Queste due battute, lette insieme, condensano la doppia natura gioviana di Prospero: la sapienza come vero dominio e la vulnerabilità politica che nasce dall’eccesso di contemplazione.

La tempesta che apre il dramma porta impressa questa ambivalenza. È un atto di collera, un gesto di forza che Prospero esercita per rimettere in moto il destino, ma è anche la manifestazione del disordine cosmico generato dalla rottura di un ordine legittimo. Come spesso accade nel simbolismo gioviano, la punizione e la rivelazione coincidono: ciò che sembra distruggere prepara in realtà la restaurazione dell’armonia.

In questo quadro, Gonzalo emerge come la versione più limpida dell’archetipo gioviano. È ottimista, filosofico, capace di intravedere possibilità dove gli altri vedono solo rovina; è l’unico che, durante il naufragio, mantiene la fiducia nella provvidenza e nella bontà del mondo. La sua presenza funge da contrappeso morale alle ambiguità di Prospero: dove il duca è strategico, Gonzalo è spontaneo; dove il potere rischia di farsi tirannico, Gonzalo ricorda la misura, la giustizia e la speranza.

Giove e l’arte della liberazione

La tensione centrale del dramma riguarda il concetto di libertà, intesa non solo come condizione politica ma anche come conquista interiore, come spazio da guadagnare dentro di sé prima ancora che nel mondo. Ariel e Calibano la invocano entrambi, ma in modi che non potrebbero essere più distanti. Ariel la vive come una vocazione spirituale, un ritorno alla sua natura aerea e luminosa; Calibano, invece, la reclama come un diritto originario, legato alla terra dell’isola che considera sua.

Le loro richieste, così diverse, mettono in luce la complessità del dominio di Prospero, che si presenta come guida, maestro, padre, ma anche come signore che impone limiti, comandi e punizioni. “Ariel: «Non possono muoversi finché tu non li liberi.» Prospero: «Liberali, Ariel» (V, i). La sequenza mostra la libertà come atto deliberato e rituale. Ariel segnala lo stato di prigionia come condizione sospesa; Prospero, con il comando esplicito, esercita la sua autorità per restituire ordine e concedere misericordia. Il momento unisce responsabilità politica e scelta morale, coerente con la figura gioviana che ordina e poi libera.

Accanto a loro, Ferdinando e Miranda offrono un’altra declinazione della libertà, più silenziosa ma non meno significativa. Il giovane principe accetta la fatica che Prospero gli impone – portare legna, servire, attendere – e la trasforma in un gesto che nobilita il suo desiderio, come se la prova gli permettesse di dare forma e misura al proprio amore. Miranda, dal canto suo, scopre la libertà come scelta: scegliere Ferdinando e il futuro, scegliere di uscire dall’isola che l’ha protetta e limitata allo stesso tempo. La loro è una libertà che nasce invece dal vincolo, dalla capacità di governare il proprio impulso, di orientarlo, di trasformarlo in impegno reciproco. In questo senso, Ferdinando e Miranda rappresentano la possibilità di una libertà che rinnova l’ordine; è una libertà che costruisce invece di distruggere. Attraverso di loro, Shakespeare suggerisce che la vera emancipazione si trova sì nella rottura, ma anche nella misura, nella responsabilità, e nella maturazione del desiderio.

Nettuno, sogno e stati alterati di coscienza

“Il nostro spettacolo è finito.
Questi nostri attori, come ti avevo detto,
erano tutti spiriti e si sono dissolti nell’aria,
nell’aria sottile.
E, come l’edificio senza fondamenta
di questa visione, le torri ricoperte dalle nubi,
i palazzi sontuosi, i templi solenni,
questo stesso vasto globo, sì, e quello che contiene,
tutto si dissolverà.
Come la scena priva di sostanza ora svanita,
tutto svanirà senza lasciare traccia.
Noi siamo della materia di cui son fatti i sogni
e la nostra piccola vita
è circondata da un sonno”. (IV, i)

Con la lente moderna di Nettuno, governatore della dodicesima casa astrologica, La Tempesta si apre a un mondo di sogno e visione: sonno, apparizioni, banchetti che svaniscono, musiche che sembrano provenire da un’altra dimensione. L’isola è un luogo permeabile, dove ciò che appare non coincide mai del tutto con ciò che è, e dove la percezione si fa strumento narrativo; la trama procede per azioni esteriori, ma anche per variazioni di coscienza, illusioni e rivelazioni sensoriali che orientano le scelte e il destino dei personaggi. In questo clima rarefatto, la realtà si lascia attraversare da correnti sottili, come se l’intero dramma fosse immerso in un alone di chiaroveggenza, intesa proprio come modalità di percezione ampliata. Sull’isola di La Tempesta i personaggi non si limitano a reagire a eventi oggettivi – spesso, come Miranda, sentono il mondo in modo profetico o partecipativo; sono percezioni che rivelano verità nascoste, provocano cambiamenti morali e orientano le azioni.

Miranda, infatti, incarna l’aspetto più luminoso di questa energia. La sua empatia è una forma di partecipazione immediata, quasi medianica, alla sofferenza altrui. Quando vede la nave in pericolo, sente il dolore dei naufraghi e lo vive come se fosse il proprio. “Oh, come ho sofferto con quelli che vidi soffrire! Una splendida nave – che certo aveva dentro nobili creature – tutta a pezzi. Ah, come quel gridare mi ha battuto sul cuore!” (I, ii). È la sensibilità nettuniana nella sua forma più pura, quella che dissolve i confini dell’io e apre alla comunione emotiva.

Calibano, sorprendentemente, partecipa della stessa corrente. Pur essendo associato alla terra e all’istinto, conosce la dolcezza del sogno poiché parla di suoni che lo cullano, di melodie che lo attraversano come un incantesimo benigno. “Non devi aver paura. L’isola è piena di rumori, suoni e dolci arie che danno piacere e non fanno male” (III, ii). In lui Nettuno si manifesta come immaginazione primordiale, come capacità di lasciarsi toccare da ciò che non si vede. Ma questa stessa permeabilità può diventare vulnerabilità. Calibano è facilmente sedotto, facilmente ingannato, facilmente trascinato verso l’ebbrezza e la perdita di sé. Il lato oscuro di Nettuno emerge anche nei personaggi più razionali. Alonso, Sebastiano e Antonio cadono vittime di visioni che li disorientano: la tavola imbandita che scompare, le apparizioni che li accusano, la follia che li sfiora come una nebbia mentale. Questi episodi sono momenti in cui l’ordine cognitivo si incrina: la memoria vacilla, il senso di colpa riemerge e la capacità di distinguere tra apparenza e verità si attenua. Il risultato è una disgregazione progressiva, una temporanea dissoluzione delle difese che costringe i personaggi a confrontarsi con verità scomode. In questo senso, la scena delle apparizioni funziona come un dispositivo terapeutico e punitivo insieme perché smuove ciò che era stato nascosto e prepara la strada per la restaurazione dell’ordine morale.

Un’altra tematica nettuniana nell’opera è quella dell’utopia. La visione di Gonzalo di un’isola che produce tutto senza fatica è immagine dell’Età dell’Oro, desiderio di ritorno a uno stato primordiale. Ma Shakespeare non si limita alla nostalgia, mostra anche la possibilità di trasformazione radicale concreta, come nella celebre immagine della “metamorforsi marina” in cui la morte si trasfigura in perla e corallo. “A cinque tese sott’acqua tuo padre giace. Già corallo son le sue ossa ed i suoi occhi perle. Tutto ciò che di lui deve perire subisce una metamorfosi marina in qualche cosa di ricco e di strano” (I, ii). È la promessa nettuniana che ciò che affonda può rinascere in forma nuova, e insieme la messa in guardia contro le proiezioni illusorie che rendono l’ideale irraggiungibile se non mediato dalla saggezza. Nettuno, dunque, attraversa il dramma come una doppia corrente: ispirazione e smarrimento, rivelazione e inganno, apertura e perdita di controllo. È la promessa di una visione più ampia, ma anche il rischio di dissolversi in ciò che non si comprende. In questo equilibrio instabile tra sogno e realtà si muovono tutti i personaggi, ciascuno portando con sé un frammento di quella stessa energia oceanica che dà forma all’isola e al suo mistero.

Prospero, la magia bianca e l’integrazione dell’ombra

Prospero incarna il modello del mago bianco rinascimentale: è uno studioso delle arti occulte, un conoscitore dei ritmi cosmici e un mediatore tra i livelli del mondo. La sua magia nasce dalla disciplina e dalla capacità di leggere le corrispondenze tra natura e spirito. Giove e Nettuno, infatti, offrono due poli simbolici della magia: Giove rappresenta l’energia espansiva, sapienziale e benefica della magia ‘ordinata’, mentre Nettuno incarna la dimensione liminale, immaginativa e dissolvente della magia visionaria; insieme spiegano perché la pratica magica di Prospero è al tempo stesso conoscitiva e trasformativa. Così la disciplina gioviana e la visione nettuniana non restano astratte; si incarnano nell’isola come luogo di prova e trasformazione, dove il sovrano ritornante e il mago bianco possono ricomporre il mondo.

La tradizione occidentale è ricca di isole incantate, luoghi oltremondani come le Isole dei Beati o le isole occidentali dove, secondo il ciclo arturiano, Re Artù è scomparso e attende di tornare come ‘il re passato e futuro’. Questo motivo mitico rispecchia la traiettoria di Prospero: l’esilio, il soggiorno su un’isola misteriosa e il ritorno finale al potere legittimo. Parallelamente, a diverse figure storiche e religiose sono attribuiti poteri miracolosi. Tra queste figura Gesù di Nazareth, le cui azioni – trasformare l’acqua in vino, guarire i malati, camminare sulle acque e perfino risuscitare i morti – lo collocano nella categoria del mago bianco, un operatore di poteri che curano, restaurano e mostrano dominio sulle forze naturali. Unendo i due filoni, Prospero può essere letto sia come erede dell’archetipo del sovrano ritornante (Artù) sia come figura di mago bianco (Gesù) le cui pratiche hanno finalità restaurative e salvifiche, più vicine a un’idea di magia etica che a una pratica distruttiva.

Eppure, all’inizio del dramma, questa magia non è del tutto pura – è una magia ‘grigia’ attraversata da ferite personali e dal desiderio di riparare un torto; Prospero, infatti, usa il potere per piegare il destino. La sua grandezza sta nel percorso che compie dove finisce per riconoscere la propria ombra, dominarla e trasformarla. Il suo cammino è scandito da un lento processo di chiarificazione che parte da un animo offeso e si conclude con un uomo che tenta di rimettere in equilibrio ciò che è stato spezzato. Il punto di svolta arriva quando Prospero riconosce che il potere magico, se non è temperato dalla misura, rischia di diventare dominio. Il gesto supremo – spezzare il bastone e annegare il libro – potrebbe sembrare una fuga o una rinuncia per debolezza, ma si tratta, in realtà, di un sacrificio consapevole e della prova che la vera sapienza, invece di trattenere il potere, lo restituisce al mondo quando ha compiuto la sua funzione. In quel momento Prospero trova la liberazione. “Spezzerò la mia verga, la seppellirò mille tese sotto terra e più in fondo di quanto mai scandaglio si sia spinto annegherò il mio libro” (V, i). Anche la frase “Questa cosa del buio la riconosco mia” (V, i) segna il culmine del suo percorso psicologico. Riconoscere Calibano come parte di sé significa integrare la propria ombra, accettare ciò che è stato rimosso e assumere la responsabilità della propria complessità. È l’atto che completa la sua individuazione.

Questa trasformazione interiore trova un corrispettivo simbolico nel rapporto di Prospero con gli elementi che governa. Shakespeare concentra l’attenzione sugli elementi di aria e terra perché sono le due dimensioni che definiscono l’umano: la terra come corpo e impulso, l’aria come spirito e principio vitale. Ariel e Calibano incarnano queste polarità, e il fatto che Prospero li governi entrambi suggerisce che ha già conquistato un dominio sui piani fisico e mentale dell’esistenza. Ciò che invece gli sfugge è l’acqua, simbolo delle emozioni. È l’elemento più instabile perché racchiude memoria ferita, collera e risentimento. La tempesta iniziale è la forma esterna di questo disordine interiore, così come i suoi scatti d’ira rivelano un equilibrio ancora fragile. Per la cultura elisabettiana, questo stato sarebbe stato definito ‘distempered’, ovvero sbilanciato nella mescolanza degli umori. La liberazione finale coincide proprio con il recupero di questa misura; quando l’acqua dentro di lui torna quieta, Prospero può restituire l’aria ad Ariel, la terra a Calibano e ritrovare la propria umanità riconciliata.

Conclusione

La chiusura del dramma ricompone il disordine iniziale come un lento ritorno all’armonia: la tempesta si placa, il mare ritrova la sua quiete, e ciò che sembrava perduto riemerge come da una resurrezione. Ferdinando, creduto morto, ricompare vivo e trasformato; Alonso ritrova il figlio e con lui la possibilità di una pace interiore; l’oceano, che all’inizio era stato strumento di paura e separazione, diventa ora un elemento misericordioso che accompagna il viaggio di ritorno. Prospero porta a compimento il suo percorso restituendo ciò che aveva trattenuto; libera Ariel, che può finalmente tornare alla sua natura aerea e riconsegna l’isola a Calibano, accettandone la dignità e la sovranità. Si prepara anche a riprendere il suo ruolo legittimo a Milano, non più come mago, ma come uomo riconciliato con la propria ombra. La restaurazione dell’ordine politico, infatti, è solo la superficie di una restaurazione più profonda, quella dell’equilibrio interiore. “Le opere della virtù sono più rare di quelle della vendetta” (V, i), enuncia la morale pratica del finale. La restaurazione avviene attraverso la virtù e il perdono, non attraverso la vendetta; è la formula che sintetizza la riconciliazione interiore e politica che chiude il dramma.

Ed è qui che Shakespeare compie uno dei suoi gesti più sottili e intelligenti. Prospero, ormai privo dei suoi poteri, si rivolge direttamente al pubblico e gli affida la sua ultima liberazione. L’applauso diventa un atto rituale; lungi dall’essere una semplice convenzione teatrale, è un gesto di scioglimento, una richiesta di perdono e un invito alla misericordia reciproca. È come se il dramma, dopo aver mostrato la fragilità e la grandezza di ogni personaggio, chiedesse allo spettatore di partecipare alla stessa logica di riconciliazione. La lezione è semplice e radicale: si è liberati nella misura in cui si libera, si è perdonati nella misura in cui si perdona. La pace che segue la tempesta è il frutto di una trasformazione che coinvolge tutti – Prospero, Ariel, Calibano, i naufraghi, e persino chi assiste alla rappresentazione – in un unico movimento di restituzione e rinascita.

Fonte: Shakespeare and the Stars, di Priscilla Costello, Ibis Press – 2016.

Parte I: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte I di VI: Romeo e Giulietta
Parte II: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte II di VI: Il Mercante di Venezia