L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte IV di VI: Macbeth

Questo articolo prosegue il percorso dedicato ai legami tra Shakespeare e l’astrologia nell’opera Shakespeare and the Stars di Priscilla Costello, esplorando come l’archetipo dello Scorpione trovi una delle sue espressioni più intense in Macbeth.

Riassunto: Macbeth racconta l’ascesa e la caduta di un valoroso generale scozzese che, dopo aver incontrato tre streghe e aver ricevuto delle profezie, viene sedotto dall’idea di diventare re. Spinto dalle loro parole e dall’ambizione inflessibile di Lady Macbeth, uccide il re Duncan e si impadronisce del trono. Da quel momento, per mantenere il potere, Macbeth precipita in una spirale di violenza e tradimenti che lo allontanano sempre più dalla sua umanità. La Scozia sprofonda nel caos e la natura stessa sembra ribellarsi. La coppia Macbeth viene consumata dal senso di colpa; lei soccombe al rimorso, lui alla follia del potere. Alla fine, l’erede legittimo Malcolm e il nobile Macduff guidano la restaurazione dell’ordine, ponendo fine al regno tirannico e riportando equilibrio nel mondo sconvolto dalla loro ambizione.

Indice dei Contenuti

  1. Ambizione, occulto e trasformazione nella tragedia di Shakespeare
  2. Simboli e temi centrali
  3. Macbeth come archetipo dello Scorpione
  4. Dinamiche psicologiche
  5. Banquo: la coscienza che ritorna
  6. Rigenerazione e ricomposizione
  7. Conclusione

Ambizione, occulto e trasformazione nella tragedia di Shakespeare

“Prima strega: Noi tre ci rivediamo quando?
Con tuoni, pioggia, o lampi?
Seconda strega: A baraonda finita,
a guerra persa e vinta.
Terza strega: Prima di notte allora.
Prima strega: Dove?
Seconda strega: Sopra la steppa.
Terza strega: Per incontrarvi Macbeth” (I, i).

Macbeth si apre in un clima di ambiguità morale che risuona profondamente con il simbolismo dello Scorpione, segno zodiacale protagonista di questo dramma. Prima ancora che compaiano i personaggi principali, sono le streghe a stabilire la tonalità dell’opera. Le vediamo riunite su una brughiera battuta dal vento, intente a evocare forze oscure e preannunciare il ritorno di Macbeth dalla battaglia mentre pronunciano una frase enigmatica, “Brutto è il bello e bello il brutto” (I, i). È una formula che rovescia i criteri abituali di giudizio e introduce un’atmosfera in cui bene e male, luce e ombra, perdono stabilità e diventano interscambiabili. Con loro entra in scena l’occulto come forza che opera attraverso presagi e immagini che si insinuano nella mente del protagonista e con cui lo stesso, a opera conclusa, dovrà fare i conti. Il mondo di Macbeth assume così la qualità di uno spazio liminale e instabile che Costello associa allo Scorpione, un territorio interiore attraversato da immaginazione intensa e pulsioni profonde che emergono senza filtri.

Macbeth compare già accordato su questa frequenza oscura. Quando appare per la prima volta sulla scena, sta tornando vittorioso dal campo di battaglia ancora immerso nell’adrenalina del combattimento. La sua prima battuta “Mai visto un giorno così brutto e bello” (I, iii) riprende la logica rovesciata delle streghe, come se la sua psiche fosse predisposta a recepire il loro linguaggio. Poco dopo, quando le incontra sulla brughiera, le profezie che pronunciano intercettano un punto vulnerabile della sua interiorità e portano alla superficie un’ambizione che attendeva solo un segnale per manifestarsi, quella di diventare re. L’occulto, in questa scena, agisce come un catalizzatore che concentra le aspirazioni di Macbeth e le orienta verso possibilità concrete che, seppur inizialmente con qualche titubanza, egli è disposto a realizzare. È questa ricettività alle suggestioni dell’invisibile che nella lettura di Costello definisce Macbeth come figura scorpionica esemplare perché sono la sua intensità e percettività ad esporlo alla tentazione. Dopo aver interiorizzato le parole delle streghe, intraprende un percorso che lo conduce verso la disintegrazione perché la sua ambizione cresce senza misura e la sua ragione inizia a cedere con l’insinuazione del desiderio.

Simboli e temi centrali

Nella lettura di Costello, Macbeth è un dramma in cui sono i simboli a generare la trama. Il primo tra questi è l’immaginazione, qualità associata all’acqua, elemento femminile, e quindi al segno dello Scorpione. L’acqua, nella sua accezione più oscura, è legata agli strati profondi della psiche, a ciò che è nascosto, alla brama, alla paura e all’intensità dell’ossessione che si trasforma in veleno. Macbeth agisce dopo aver visto interiormente ciò che desidera e teme ed è la sua mente che produce immagini che anticipano e modellano i suoi gesti. Poco prima di assassinare Duncan, Macbeth vede un pugnale immaginario che gli fluttua davanti: “È un coltello che vedo qui davanti col manico verso la mia mano?” (II, i). In quel momento, entra in uno spazio psichico in cui il desiderio assume forma concreta e diventa impulso all’azione. È nel silenzio e nell’isolamento del castello che questa immagine interiore prende corpo e lo porta a compiere il delitto. Subito dopo il regicidio, mentre osserva le proprie mani ancora sporche di sangue, Macbeth comprende che nessuna immersione potrà cancellare la sua colpa: “Potrà tutto il grande oceano di Nettuno lavare questo sangue via dalle mie mani?” (II, ii). L’acqua che Macbeth invoca è quella purificatrice di Nettuno, ma la sua è marziale, scorpionica, quella scura e psichica che amplifica ciò che tocca, diffondendo ed espandendo il senso di colpa, rendendola percepibile anche nella natura circostante.

Accanto all’acqua, come vediamo, Costello individua un secondo elemento simbolico, il pianeta Marte, governatore tradizionale del segno dello Scorpione. Macbeth incarna inizialmente il lato luminoso del pianeta – coraggio, determinazione, forza, lealtà – come si vede nelle prime scene in cui combatte per il suo re. Il pugnale che Macbeth vede fluttuare davanti a sé prima del delitto è già un segnale di questa torsione marziale. È un’immagine fallica e aggressiva, simbolo del fuoco e della volontà che si stacca dalla disciplina del guerriero per diventare impulso cieco. In quella visione, la forza che prima serviva il regno comincia a rivolgersi verso il suo lato distruttivo perché la disciplina lascia spazio a una forza che procede senza misura e la potenza che proteggeva il regno diventa la stessa che lo devasta. In questo paesaggio simbolico, le streghe introducono un ulteriore livello di complessità. Le incontriamo all’inizio del dramma e poi di nuovo quando Macbeth, già turbato, le cerca per ottenere nuove certezze. La prima profezia – “Salute, Macbeth, che sarai re un domani!” (I, iii) – imprime nella sua mente un’immagine che si radica all’istante. La seconda, ricevuta più avanti – “Nessuno nato di donna potrà nuocerti” (IV, i) – introduce uno slittamento simbolico che altera la sua percezione del limite e del pericolo. Il loro linguaggio agisce come forza psichica, evocando possibilità e aprendo scenari che Macbeth comincia a percepire come inevitabili.

Ma anche il mondo naturale partecipa a questa dinamica. Dopo l’assassinio di Duncan, il dialogo tra il messaggero Ross e il suddito anziano evidenzia la costernazione dei due davanti agli eventi ‘contro natura’ partoriti dall’ambiente circostante. “Ah, buon padre, lo vedi, il cielo, quasi sconvolto dalle azioni dell’uomo, minaccia la sua scena sanguinosa” (II, iv). La notte soffoca la luce e sembra non finire. Anche gli animali si agitano; uccelli e cavalli sembrano impazziti e la terra stessa appare sconvolta. È come se l’ordine cosmico avvertisse la frattura prodotta dall’atto innominabile e si ribellasse a Macbeth. Shakespeare, così come in altre sue opere quali La Tempesta e Re Lear, costruisce un universo in cui l’ordine cosmico si incrina e la natura riflette lo stato psichico dei personaggi. È un tratto profondamente scorpionico, l’idea che l’interiorità, quando si altera, trascini con sé tutto ciò che la circonda. In questo intreccio di immaginazione, acqua, Marte, occulto e natura perturbata, si definisce l’architettura simbolica della tragedia. Macbeth avanza in un territorio in cui ogni suo passo lo conduce più a fondo in una dimensione dominata dal lato oscuro.

Macbeth come archetipo dello Scorpione

Macbeth, dunque, incarna in modo perfetto l’archetipo del segno dello Scorpione così come lo descrive Costello, poiché è un essere di grande intensità emotiva, capace di visioni interiori potenti e, proprio per questo, vulnerabile alle forze che emergono dal profondo. Lady Macbeth, per contro, rappresenta l’altro lato dello Scorpione, il raziocinio pratico e meticoloso. Se Macbeth incarna l’archetipo dell’immaginazione, Lady Macbeth incarna quello della volontà assoluta e la determinazione che non ammette ostacoli. È in questo stato d’animo che la sua invocazione agli spiriti – “Venite, spiriti addetti ai pensieri di morte, strappatemi questo mio sesso!” (I, v) – diventa un atto di auto‑trasformazione violenta, un tentativo di recidere tutto ciò che in lei è più tenero ed umano. In questa scena, appena dopo aver letto la lettera di Macbeth sulle profezie, Lady Macbeth comprende immediatamente la portata del destino che si apre davanti a loro e teme che il marito non abbia la ferocia necessaria per coglierlo. La sua invocazione diventa così un gesto di preparazione rituale, un modo per farsi strumento dell’azione che Macbeth non osa ancora compiere. In questa fase dell’opera, quando i due stanno preparando l’assassinio di Duncan, la volontà scorpionica viene portata al suo estremo, scegliendo di farsi strumento del male pur di ottenere il potere.

A questo punto, infatti, emerge un’inversione simbolica significativa: Lady Macbeth assume connotati marziali e maschili, tipici di Marte, mentre Macbeth, con il suo timore esitante, manifesta tratti più lunari e femminili. Risalgono così in superficie caratteristiche del genere complementare di ciascuno, un processo alchemico profondamente scorpionico che costringe entrambi, in seguito, a confrontarsi con la propria ombra. È in questa fase che Macbeth e Lady Macbeth formano una coppia scorpionica perfettamente complementare. Lui è l’immaginazione che diventa ossessione, la mente che si riempie di immagini di pugnali, sangue e presagi, mentre lei è la volontà che diventa coercizione, la voce che lo spinge a tradire se stesso e a superare il limite che ancora lo trattiene.

A questo quadro si aggiunge un altro tratto scorpionico, la segretezza. Macbeth e Lady Macbeth operano in modo clandestino, proteggendo i loro intenti con il silenzio e costruendo un patto che vive di complicità nascosta. La loro relazione si intensifica proprio attraverso ciò che non può essere esternato, un vincolo che si alimenta di oscurità e che, come spesso accade nello Scorpione, diventa allo stesso tempo forza e veleno. Quest’alleanza, tuttavia, così potente all’inizio, si rivela insostenibile. Dopo il delitto, la loro energia combinata li trascina in un vortice che li separa progressivamente dal mondo umano. Macbeth scivola nella paranoia e nella violenza compulsiva, mentre Lady Macbeth finisce nella colpa e nella disintegrazione psichica. La loro unione, che sembrava inizialmente una forza invincibile, si rivela una spirale discendente, un viaggio scorpionico che conduce entrambi alla rovina.

Dinamiche psicologiche

Nell’interpretazione di Priscilla Costello, la psicologia scorpionica è definita da tre tratti fondamentali – intensità emotiva, profondità psichica e rischio di ossessione. Macbeth incarna tutti e tre. Subito dopo il regicidio, rientra nella stanza sconvolto e racconta di aver sentito le guardie pregare: “Uno gridò «Dio ci salvi» e l’altro «Amen», come m’avessero visto con queste mani da boia. Sentii la loro paura e non riuscii a dire «Amen» quando dissero «Dio ci salvi»” (II, ii). È il momento in cui la sua mente non riesce più a contenere il peso dell’atto compiuto perché sente che il sonno – simbolo di innocenza, pace e continuità – gli è stato strappato per sempre. “Non dormirai più! Macbeth scanna il sonno” (II, ii) è un grido di terrore che annuncia la sua disintegrazione. Da quel momento, l’insonnia diventa la soglia attraverso cui entrano la paranoia e il sospetto. Macbeth perde il sonno, mentre Lady Macbeth vi precipita dentro. Lui resta sveglio in un’allucinazione continua, lei scivola nel sonnambulismo in cui il suo inconscio trova voce. Macbeth percepisce nemici ovunque, come se il mondo intero si fosse trasformato in un riflesso della sua colpa. Questa perdita del sonno segna il momento in cui l’ombra prende il sopravvento e l’immaginazione, che prima generava visioni di potere, ora produce immagini di minaccia. Macbeth non vede più il futuro, vede solo ciò che teme, e la sua mente, incapace di integrare l’atto compiuto, si frattura.

Si manifest poi un altro aspetto scorpionico ancora più evidente, l’attrazione per l’abisso. Macbeth sente di essere trascinato da una forza interiore che lo spinge a procedere, anche quando riconosce la distruzione che lo attende. È il movimento tipico dello Scorpione quando l’energia emotiva supera la capacità di contenimento. Lady Macbeth, d’altro canto, segue un percorso parallelo ma opposto. Lei, che aveva invocato gli spiriti per essere liberata dal rimorso scopre che la colpa non può essere espulsa con un atto di volontà. Con il passare del tempo – e soprattutto dopo la scena del banchetto, quando Macbeth inizia ad agire autonomamente – la sua psiche, inizialmente più rigida e determinata, si incrina lentamente fino a cedere. Il gesto ossessivo di lavarsi le mani, accompagnato dal grido “Via, macchia maledetta! Via, dico!” (V, i), mostra come la colpa, una volta penetrata, diventi una presenza psichica inestirpabile. I suoi pensieri si trasformano in un tormento continuo, e la sua mente, che aveva cercato di dominare l’ombra, finisce per esserne consumata.

Banquo: la coscienza che ritorna

Nel percorso scorpionico delineato da Costello, Banquo rappresenta la parte integra dell’interiorità, quella che non si lascia deviare dalla tentazione. Riceve la stessa profezia di Macbeth ma non ne viene ossessionato e non permette che le parole delle streghe diventino un destino. Lo vediamo tornare dalla battaglia accanto a Macbeth ancora immerso nella concitazione del combattimento e più avanti lo osserviamo cogliere i primi segnali del cambiamento dell’amico, senza però oltrepassare la soglia del sospetto. È la figura nel dramma che mantiene un rapporto sano con l’invisibile, capace di restare saldo anche davanti a ciò che non può ancora interpretare, di tollerare l’incertezza senza trasformarla in ossessione. Lo mostra con chiarezza quando dice a Macbeth “È andato tutto bene. Ieri notte ho sognato le tre sorelle. A te han detto qualche verità” (II, i). E poi ancora “Purché non perda l’onore cercando di crescerlo, e invece mantenga libero il petto e limpida la mia lealtà” (II, i). Banquo riconosce l’ambizione quando affiora, ma la lascia scorrere senza trasformarla in impulso perché accoglie le parole delle streghe come un enigma da osservare, mantenendo una distanza che gli permette di restare saldo. È in questo equilibrio che si colloca la sua funzione simbolica perché rappresenta ciò che Macbeth avrebbe potuto essere se avesse conservato un rapporto più stabile con la propria interiorità.

Per Macbeth, Banquo diventa il punto di rottura, un testimone silenzioso della sua trasformazione. La possibilità che i discendenti di Banquo possano regnare lo ossessiona più del potere stesso, e proprio per questo la sua presenza diventa insopportabile. L’assassinio di Banquo non elimina la minaccia, perché la colpa ritorna sotto forma di immagine. Il fantasma che appare al banchetto – nel momento in cui Macbeth tenta di mostrarsi saldo davanti ai suoi ospiti – è la manifestazione della colpa che non riesce più a contenere. In questa figura si concentra la dinamica scorpionica dell’ombra dove ciò che viene rimosso continua a riemergere. Da questo punto in avanti, poiché il fantasma rappresenta il culmine della frattura psichica, la disintegrazione di Macbeth assume una qualità diversa. La colpa non lo consuma come accade a Lady Macbeth (che in questo, dopotutto, rimane più umana), in lui si distilla in una lucidità spoglia, quasi ultraterrena, una forma di illuminazione oscura nata dall’esperienza stessa del delitto. Macbeth comincia a vedere la vita con uno sguardo impersonale e freddo, come se avesse oltrepassato il limite dell’umano e acceduto a una verità metafisica tragica che non salva e non redime ma rivela la struttura nuda dell’esistenza. Non è più tormentato dalla colpa perché è svuotato, reso ‘cosmico’, come un dio impersonale, e questa visione culmina nella frase pronunciata alla notizia della morte della moglie: “Sarebbe morta prima o poi” (V, v).

Rigenerazione e ricomposizione

Nel repertorio simbolico dello Scorpione, la distruzione non è mai fine a se stessa, ma è la premessa di una possibile rigenerazione. Anche in Macbeth, dopo la lunga immersione nell’oscurità, Shakespeare introduce una forza che rappresenta il principio opposto al protagonista. È Malcolm, figura di disciplina, prudenza, stabilità e discernimento ed è lui che incarna ciò che Priscilla Costello definisce la ‘funzione rigenerativa’ dello Scorpione, quella capacità di vedere attraverso l’inganno e di ristabilire l’ordine dopo il caos. La scena in cui Malcolm mette alla prova Macduff fingendo vizi estremi è esemplare, “Son ricco delle varianti d’ogni singolo vizio” (IV, iii). In quel momento della trama, Macduff è appena fuggito dalla Scozia e cerca un alleato per rovesciare Macbeth. Malcolm, prima di fidarsi, simula corruzione e appetiti che non gli appartengono, proprio per verificare la lealtà dell’altro e sondarne la sincerità. Non è un capriccio, ma un atto di intelligenza superiore che lo Scorpione incarna e mette in atto, spesso anche in modo inconsapevole; lo fa per verificare la lealtà e sondare la verità, per proteggere il regno conoscendo dall’interno le dinamiche del male. Malcolm non è ingenuo né impulsivo, è un giovane che ha imparato a leggere il mondo con occhi disincantati e proprio per questo può guidare la rinascita.

La morte di Macbeth, nella logica simbolica del dramma, rappresenta la caduta di un tiranno ma anche un atto di purificazione. Il suo regno ha contaminato la Scozia, alterandone la natura e spezzandone il ritmo cosmico. La sua fine, pertanto, ristabilisce l’armonia infranta e permette al corpo politico di tornare a respirare. È un gesto che ha la struttura di un rito dove la rimozione dell’elemento corrotto consente al sistema di rigenerarsi. In questo senso, Macbeth segue il ciclo scorpionico completo delineato da Costello, immersione nell’ombra, disintegrazione e rinascita attraverso un nuovo ordine. La tragedia si chiude con la possibilità di un futuro diverso dove la Scozia, liberata dal peso del male, può ricominciare, ed è in questa rinascita che Shakespeare mostra il volto luminoso dello Scorpione, la capacità di trasformare la distruzione in rinnovamento, il caos in equilibrio, e la morte in nuova vita.

Conclusione

Così, nella lettura di Costello, Macbeth diventa una meditazione sulla dinamica interna del lato oscuro dello Scorpione. Oltre ad evidenziare le lotte di potere, la tragedia mostra come il male prenda forma nella mente prima ancora che nel mondo esterno. Contrariamente a quando si creda, lo Scorpione è un segno incredibilmente mentale (non è un caso, probabilmente, se l’astrologa Lisa Morpurgo ha assegnato allo Scorpione l’esaltazione di Mercurio, sebbene questa associazione non sia accettata dalla tradizione), e questo rende il segno particolarmente esposto ai moti sotterranei del pensiero, vero combustibile della sua forza operativa.

Anche nel momento più cupo e oscuro, però, Shakespeare lascia intravedere una luce. La riflessione finale di Macbeth – “La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più nulla” (V, v) – è un momento di profonda lucidità in cui riconosce la fragilità delle illusioni che lo hanno guidato. La lucidità non salva Macbeth, che poco dopo cadrà per mano di Macduff, ma illumina la sua rovina perché vede la verità pur non potendo sottrarsi al destino che lui stesso ha costruito. Questa consapevolezza apre uno spazio interiore che non riguarda più il potere o il regno ma il rapporto con il punto cieco della sua psiche. Ed è proprio in questo passaggio che si manifesta la forza dello Scorpione, attraversare l’oscurità e trasformarla in comprensione e lucidità interiore. Macbeth diventa così la rappresentazione di un ciclo simbolico che parte dalla disintegrazione per approdare a una forma di ricostituzione più solida e sobria, un movimento che riguarda la Scozia ma anche il modo in cui la tragedia mette a nudo i processi di disintegrazione e ricomposizione dell’interiorità umana, restituendo alla notte il suo senso e alla rinascita la sua necessità.

Fonte: Shakespeare and the Stars: The Hidden Astrological Keys to Understanding the World’s Greatest Playwright, di Priscilla Costello, Ibis Press – 2016.

Parte I: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte I di VI: Romeo e Giulietta
Parte II: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte II di VI: Il Mercante di Venezia

Parte III: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte III di VI: La Tempesta