L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte I di VI: Romeo e Giulietta

L’opera di William Shakespeare continua ad esercitare un fascino inesauribile non solo per la profondità psicologica dei personaggi e la potenza poetica del linguaggio, ma anche per la sua sorprendente capacità di intrecciare tra loro molteplici livelli simbolici. Tra questi, l’astrologia occupa un posto privilegiato. Contrariamente a ciò che si potrebbe credere, non si tratta di semplici allusioni decorative sparse nel testo. In molte opere, Shakespeare sembra attingere a un vero e proprio modello cosmologico, erede della tradizione platonica, neoplatonica ed ermetica, che permeava la cultura rinascimentale dell’epoca. L’astrologa e docente di lingua e letteratura inglese Priscilla Costello, nel suo libro Shakespeare and the Stars, mostra come l’astrologia, ben lungi dall’essere un elemento marginale, sia una chiave interpretativa capace di mettere in risalto le strutture drammatiche delle opere shakespeariane. Attraverso esempi tratti da Romeo e Giulietta, Sogno di una Notte di Mezza Estate, Il Mercante di Venezia, Macbeth, La Tempesta e Re Lear, emerge un autore profondamente consapevole del linguaggio degli archetipi planetari e della filosofia cosmica del suo tempo.

Quella che segue è la prima di una serie di analisi ispirate dal lavoro di Priscilla Costello. In questa prima tappa prenderemo in esame alcune sezioni significative del capitolo dedicato alla storia di Romeo e Giulietta. Prima di entrare nel dettaglio, però, sarà utile soffermarci sulla visione cosmologica che fa da sfondo all’intera opera shakespeariana.

Indice dei Contenuti

  1. La cosmologia neoplatonica: l’universo come organismo vivente
  2. Shakespeare e gli archetipi planetari: un linguaggio condiviso
  3. Un teatro che riflette il cosmo
  4. Romeo e Giulietta: un dramma costruito sull’archetipo dei Gemelli
  5. Individuazione e iniziazione
  6. Conclusione

La cosmologia neoplatonica: l’universo come organismo vivente

Diagramma cosmologico,
di Pietro Apiano, 1551

Shakespeare attinge a un’antica visione cosmologica che affonda le radici in Pitagora, con la sua idea dell’armonia delle sfere; si sviluppa con Platone, che concepisce il cosmo come un ordine intelligibile; e culmina infine con Plotino e i neoplatonici, che descrivono l’universo come un organismo unico articolato in livelli connessi da corrispondenze segrete. Questa filosofia, trasmigrata dall’antichità al Rinascimento attraverso la mediazione araba e poi rinvigorita a Firenze grazie a Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, permea in pieno l’immaginario europeo del Cinquecento. L’Inghilterra elisabettiana ne è influenzata profondamente: figure come John Dee, Simon Forman, Cornelio Agrippa e Giordano Bruno contribuiscono a diffondere un pensiero in cui astrologia, magia naturale, matematica e teologia convivono in un’unica visione integrata. Shakespeare sembra vivere e respirare questo clima culturale. Le sue opere, infatti, sono costellate di riferimenti alla “Grande Catena dell’Essere”, alle corrispondenze tra macrocosmo e microcosmo e alla musica delle sfere. Esempi emblematici li troviamo in Ulisse che celebra l’ordine cosmico dei pianeti in Troilo e Cressida; Lorenzo, ne Il Mercante di Venezia, evoca la musica celeste che le anime non incarnate possono udire; Riccardo II viene descritto con metafore solari in un gioco di equivalenze simboliche, mentre Amleto contempla la nobiltà dell’essere umano come immagine del cosmo.

Shakespeare e gli archetipi planetari: un linguaggio condiviso

Il Globe Theatre di Londra

Si potrebbe pensare che l’astrologia fosse una superstizione marginale nel Rinascimento. In realtà, costituiva un linguaggio culturale condiviso persino dagli strati più umili della società. Contadini, marinai, erboristi e casalinghe osservavano il cielo per orientare le proprie attività ed erano familiari con la teoria degli umori e dei temperamenti che Shakespeare utilizzava per modellare le azioni, i pensieri e i caratteri dei suoi personaggi. Il drammaturgo conosceva bene l’arte astrologica e la impiegava con grande maestria. Alcuni esempi evidenti li troviamo nelle associazioni dei pianeti con alcuni nomi o aggettivi. Il pianeta Marte, associato al temperamento collerico, appare in personaggi come Hotspur in Enrico IV, che dopo la guerra si descrive come “assetato per la furia e la fatica” (Parte I, I, iii, 31). O anche “il ribollente” Tebaldo (come lo chiama Benvolio – I, i, 116) che inizia una rissa ogni volta che appare in Romeo e Giulietta. Entrambi questi personaggi sono dominati dall’impulso guerriero, tipico del pianeta rosso. Il pianeta Mercurio governa personaggi brillanti, ambigui e ingegnosi, come Mercuzio, che analizzeremo in dettaglio più avanti. Il pianeta Giove e il suo ordine morale emergono in figure come Frate Lorenzo in Romeo e Giulietta, che ammonisce gli amanti ad “amare moderatamente”, ad avere “calma e giudizio; chi corre troppo, inciampa” – un buon consiglio per cercare di frenare l’impulsività di Mercurio. Il Sole è associato alla regalità, alla vitalità, alla centralità dell’eroe ed è presente nella maggior parte delle opere di Shakespeare, soprattutto nelle opere a sfondo storico.

Un teatro che riflette il cosmo

La forza dell’analisi di Costello sta nel mostrare come Shakespeare utilizzi l’astrologia come principio organizzatore. Le sue opere funzionano perché incarnano archetipi universali e per questo possono essere trasposte in epoche, luoghi e contesti diversi senza perdere la loro forza evocativa; dopo ogni adattamento è la struttura archetipica che sopravvive. Leggere Shakespeare attraverso la lente del linguaggio astrologico permette di riconoscere schemi ricorrenti – corrispondenze tra personaggi e pianeti, dinamiche di polarità zodiacali, ritmi temporali che richiamano cicli celesti – che spiegano la coerenza profonda del suo immaginario.

L’astrologia nel Rinascimento era un ponte tra scienza, filosofia, religione e poesia. Shakespeare lo attraversa con naturalezza, traducendo concetti cosmici in dispositivi drammaturgici dove nomi, metafore, scelte di registro linguistico, movimenti scenici e relazioni tra i personaggi fungono come corrispondenze simboliche del macrocosmo. Così, la teatralità diventa microcosmo; il palcoscenico riproduce l’ordine e il disordine del cielo, e lo spettatore riconosce, anche inconsciamente, le strutture archetipiche che regolano il senso dell’azione.

Inoltre, l’uso di archetipi planetari spiega la durabilità delle opere. Un Mercuzio o un Frate Lorenzo possono essere reinterpretati in chiave moderna senza perdere la loro funzione simbolica, perché incarnano ruoli psicologici e cosmici riconoscibili. L’astrologia, in questo senso, fornisce a Shakespeare una grammatica per costruire personaggi, conflitti e risoluzioni capaci di parlare a culture diverse e a tempi lontani.

Romeo e Giulietta: un dramma costruito sull’archetipo dei Gemelli

Romeo e Giulietta,
di Frank Dicksee, 1884

Una delle opere in cui è più che evidente l’incarnazione degli archetipi è Romeo e Giulietta. Nella prima parte del Capitolo 8, Costello mostra come l’ossatura dell’intera opera sia modellata sull’archetipo zodiacale dei Gemelli, governato dal pianeta Mercurio. Il tema della dualità – due famiglie, due amanti, due destini intrecciati – è inscritto fin dal prologo e si riflette nella struttura linguistica del testo, ricca di ossimori e polarità, come in questo passaggio dove a parlare è Romeo:

“Ci si dà molto da fare con l’odio, qui,
ma più ancora con l’amore.
Oh, amore rissoso! Odio amoroso!
Pesante leggerezza! Vanità pensosa!
Plumbea piuma, fumo lucente, gelido fuoco, sanità malata,
sonno dagli occhi aperti, capace di non essere ciò che è…”
(I, i, 181-2, 186-7)

Anche Giulietta si esprime in modo simile. Si innamora di Romeo senza sapere chi sia, ma quando la nutrice le rivela la sua identità, la scoperta la travolge. Sconvolta, si lamenta:

“Il mio unico amore nato dal mio unico odio!
Uno sconosciuto troppo presto visto e troppo tardi conosciuto!
Nascita d’amore tra le più strane e rare,
che un odioso nemico io debba amare”.
(I, v, 140-4)

Il simbolo dei Gemelli – due colonne verticali collegate da due linee orizzontali – funziona come una mappa visiva della polarità: le colonne rappresentano i poli opposti (famiglie, ruoli, tendenze interiori), le linee orizzontali indicano i legami, gli scambi e i passaggi che possono unire o separare quei poli. Nel dramma questa struttura si traduce in dinamiche di oscillazione e specularità; ogni gesto, parola o scelta ha un doppio possibile, e la tensione tra i poli può mantenere viva la relazione oppure degenerare in conflitto. Quando i canali di comunicazione – le ‘linee’ che dovrebbero connettere le colonne – si inceppano (messaggi mancati, ritardi, equivoci), la polarità non trova mediazione e il contrasto esplode in tragedia. Viceversa, la riconciliazione avviene quando si ristabilisce un ponte simbolico tra i due lati, permettendo la fusione degli opposti. In questo senso, il simbolo dei Gemelli non è solo un emblema di duplicazione, ma anche un paradigma dinamico perché mostra come la stessa struttura che genera ambivalenza possa, se attraversata correttamente, condurre a equilibrio e riconciliazione.

Doppio duello tra Romeo, Tebaldo e Mercuzio, XIX secolo

Il pianeta Mercurio, governatore dei Gemelli, si manifesta nell’opera in due personaggi speculari: il primo è Mercuzio, incarnazione del Mercurio ‘superiore’ – brillante, arguto, amante del gioco verbale, la cui parlantina è inventiva e sofisticata. La sua natura mercuriale emerge in modo particolare nella celebre tirata sulla Regina Mab, dove la sua immaginazione corre veloce come una scintilla, e nella sua capacità di ribaltare ogni discorso con un lampo di ironia o di spirito. Il secondo personaggio è la Nutrice, incarnazione del Mercurio ‘inferiore’ – loquace, ripetitiva e noiosa, legata a memorie automatiche e a battute grossolane. Seppur diversi nell’espressione, entrambi condividono la funzione mercuriale di messaggeri e mediatori, rappresentando due modalità opposte di funzionamento della mente.

Costello, inoltre, collega la mercurialità alla mutevolezza. Con Rosalina, Romeo all’inizio appare più innamorato dell’idea dell’amore che dell’esperienza reale. La trasformazione in presenza di Giulietta è però rapida e profonda, segnata da un salto qualitativo nel linguaggio e nell’intensità emotiva – un cambiamento ‘rapido’ che rispecchia la natura di Mercurio. La differenza tra l’amore ‘intellettuale’ per Rosalina e l’amore autentico per Giulietta è mostrata dalla qualità poetica degli scambi. Il loro primo incontro forma un sonetto perfetto, simbolo di riconoscimento reciproco e di unione che trascende la mera loquacità; si riconoscono animicamente, non solo fisicamente. La velocità dei gesti e l’elevazione del linguaggio segnalano la trasformazione da immaturità a coraggio amoroso, aspetto che approfondiremo più avanti.

La tragedia stessa si compie attraverso una serie di mancate comunicazioni, un tema prettamente mercuriale, con la lettera che non arriva, il messaggio frainteso, il tempismo sbagliato. L’archetipo dei Gemelli, nella sua polarità irrisolta, diventa così la matrice simbolica del dramma. Un’ulteriore coppia che rafforza la struttura geminiana dell’opera, infatti, è quella formata da Frate Lorenzo e dallo speziale mantovano. Entrambi manipolano sostanze di confine, entrambi preparano pozioni destinate ai due amanti, ed entrambi agiscono come figure liminari tra la vita e la morte. Ma mentre il frate è fedele alla sua funzione di guida e offre a Giulietta un composto che simula la morte per aprire la via a una possibile rinascita, lo speziale fornisce a Romeo un veleno reale e definitivo, che chiude ogni possibilità di ritorno. Sono due ‘alchimisti’ speculari: uno orientato alla trasformazione e alla speranza, l’altro alla dissoluzione e alla fine. In questa polarità si riflette ancora una volta la logica dei Gemelli, dove ogni gesto ha il suo doppio e ogni scelta può rovesciarsi nel suo contrario. La tragedia nasce proprio da questa fragile simmetria dove ciò che dovrebbe salvare diventa ciò che uccide, e ciò che uccide diventa paradossalmente il seme della riconciliazione finale.

La Costello, quindi, propone una lettura che mostra come i Gemelli e Mercurio operino come chiavi interpretative, strutturando la forma drammatica e spiegando i contrasti psicologici dei protagonisti. Leggere Romeo e Giulietta attraverso questa lente permette di cogliere la coerenza interna di elementi come la rapidità dei sentimenti, la duplicità dei ruoli e la centralità della figura del mediatore, che acquistano così un significato più profondo nell’economia del testo.

Individuazione e iniziazione

Orfeo conduce Euridice fuori dall’Ade,
Jean-Baptiste-Camille Corot, 1861

Costello considera l’esperienza amorosa di Romeo e Giulietta come un processo di individuazione di matrice junghiana: l’amore li rende autonomi rispetto alle famiglie e alle aspettative sociali, trasformandoli da adolescenti immaturi in adulti capaci di azione e responsabilità. Romeo passa dall’innamoramento intellettuale per Rosalina a un amore che lo spinge a rischiare e a morire; Giulietta evolve da figlia obbediente a donna coraggiosa che accetta il rimedio soporifero del frate pur sapendo il pericolo che corre.

L’autrice collega questa trasformazione alle pratiche iniziatiche delle antiche scuole misteriche (Eleusi, Orfeo, culti di Iside), ma anche di scuole iniziatiche più recenti come la Massoneria – dove le due colonne del tempio incarnano la dicotomia geminiana, rimandando alla carta della papessa dei tarocchi, un altro simbolo di ciò che è aldilà del velo – che miravano a un cambiamento interiore attraverso riti segreti, spesso notturni e sotterranei. Tali riti preparavano il candidato alla prova suprema, il confronto con la morte, intesa come esperienza simbolica che conduce a una rinascita spirituale.

La scena finale nella cripta dei Capuleti è letta come un vero e proprio ingresso nell’oltretomba iniziatico. Mercurio, archetipicamente messaggero e psicopompo, guida tra i mondi, sottolinea il tema della comunicazione tra la vita e la morte. Giulietta affronta la prova della morte apparente, mentre Romeo scende nella tomba per vedere il volto della sua amata, gesto che richiama la discesa iniziatica. La morte dei due giovani diventa così la consumazione di una ierogamia, la fusione degli opposti che ristabilisce l’unità cosmica. La tragedia sacrifica la perfezione giovanile per tramutarla in un principio superiore; la riconciliazione delle famiglie, le statue d’oro, la mano tesa tra Capuleti e Montecchi segnano la trasmutazione dal conflitto all’armonia.

Come accennato, la Costello attribuisce parte della catena di eventi tragici alla natura mercuriale del dramma, con gli impedimenti, i ritardi e gli sfasamenti temporali che rendono inevitabile l’esito fatale. In questa prospettiva, la morte dei due amanti – oltre ad essere un atto simbolico – diventa il punto di risoluzione di una tensione narrativa e psicologica che attraversa l’intera opera. Il loro sacrificio produce una catarsi collettiva, elevandoli a figure sacrificali e sciogliendo il dilemma geminiano che aveva imprigionato Verona (il conflitto tra le due famiglie).

Conclusione

La riconciliazione dei Montecchi e dei Capuleti sui cadaveri di Romeo e Giulietta, Frederic Leighton, 1884

L’interpretazione di Costello mostra, quindi, come Romeo e Giulietta operi simultaneamente su piani diversi: psicologico, ritualistico e cosmologico. Da passione privata, l’amore diventa strumento di trasformazione esistenziale e cosmica. Interpretare il finale come un rito iniziatico sotterraneo, e la morte come una forma di ierogamia, consente di comprendere il valore redentivo del sacrificio dei due giovani, che diventa un atto trasformativo per l’intera comunità. In questa prospettiva, la tragedia racconta sì la sconfitta dell’amore davanti all’odio, ma mostra anche come la forza unificante di Eros possa sciogliere polarità apparentemente inconciliabili. La loro unione, consumata oltre i confini della vita, diventa così il gesto che ricompone ciò che era diviso, trasforma la città e restituisce al mondo un ordine più alto. È in questa trasfigurazione finale che la storia dei due amanti rivela la sua natura più profonda; si tratta di un dramma umano, ma anche di un mito di rinascita, in cui la dualità dell’archetipo dei Gemelli trova finalmente la sua unità.

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Congiunzione Saturno-Nettuno
in Leone, 7 Agosto 1594

[Curiosità: Nell’agosto del 1594, mentre Shakespeare stava componendo Romeo e Giulietta, si perfezionava la congiunzione Saturno-Nettuno nel segno del Leone. Al momento dell’allineamento, entrambi i pianeti avevano già concluso la retrogradazione e la loro energia – dopo un periodo di revisione sotterranea – è riemersa in forma chiara e drammatica, risuonando con la forza espressiva di quest’opera teatrale leonina. La congiunzione mette in dialogo due coppie di opposti: da un lato l’autorità, la legge e la struttura saturnina; dall’altro l’amore che scioglie i confini e la tendenza nettuniana alla fusione mistica. Allo stesso tempo, Saturno richiama la prova e la morte iniziatica, mentre Nettuno rimanda alla dissoluzione dell’io e all’unione che trascende la forma. È una dinamica che risuona in modo sorprendente con l’opera di Romeo e Giulietta perché la durezza leonina delle due famiglie viene erosa da un sentimento che supera ogni limite, e la morte dei due giovani assume i tratti di un passaggio trasformativo che apre alla riconciliazione.

Nello stesso periodo, anche Chirone transitante in Gemelli aveva concluso il suo periodo di retrogradazione ed era in quadrato con il suo governatore nel segno della Vergine (domicilio ed esaltazione di Mercurio). La sua presenza in questo segno amplifica la ferita geminiana della comunicazione, con tutte le conseguenze che abbiamo già citato: lettere che non arrivano, messaggi distorti, mediatori imperfetti, parole che mancano il bersaglio. È la dinamica tragica del dramma, in cui la fragilità stessa del linguaggio diventa il punto sensibile che innesca l’esito sacrificale.

Un ulteriore collegamento simbolico lo troviamo nella carta degli Amanti nei Tarocchi, tradizionalmente associata al segno dei Gemelli. Oltre all’amore romantico, l’Arcano VI rappresenta la dinamica della scelta, della dualità e dell’unione degli opposti, nonché il bivio, il riconoscimento reciproco e la decisione che trasforma l’identità. Romeo e Giulietta incarnano pienamente questa energia, infatti si scelgono l’un l’altra contro le appartenenze familiari, uniscono ciò che è diviso e, attraverso la loro ierogamia finale, generano una riconciliazione collettiva. Come nella carta, la loro unione è sia sentimentale che iniziatica; è un atto che trascende la dimensione personale e apre ad un ordine superiore e divino].

Fonte: Shakespeare and the Stars: The Hidden Astrological Keys to Understanding the World’s Greatest Playwright, di Priscilla Costello, Ibis Press – 2016.