
Continuando la serie ispirata a Shakespeare and the Stars di Priscilla Costello, questo articolo esplora Re Lear come il luogo in cui l’archetipo di Saturno struttura la dinamica di spoliazione e rivelazione che definisce il cuore del dramma.
Riassunto: L’opera di Re Lear inizia con un gesto che sovverte l’ordine naturale del regno in cui è ambientata questa storia di Shakespeare. Il vecchio re decide di abdicare e di dividere il regno tra le tre figlie, chiedendo loro di dichiarare pubblicamente quanto lo amino. Goneril e Regan lo adulano, mentre Cordelia, la più sincera, rifiuta la teatralità della sua richiesta. Lear, accecato dall’orgoglio, la disereda e bandisce anche Kent, un leale aristocratico della corte di Lear e l’unico amico fedele che osa ammonirlo. Da questa contesa iniziale si genera una catena di tradimenti e rovesci che investono le due famiglie protagoniste, quella di Lear e quella di Gloucester, nobile conte del regno. Goneril e Regan, ottenuto il potere, umiliano il padre e lo allontanano, lasciandolo senza riparo. Gloucester viene ingannato dal figlio illegittimo Edmund e perde la vista. Edgar, il figlio legittimo di Gloucester, è costretto alla fuga e alla dissimulazione. Lear, infine, abbandonato nella tempesta, precipita nella follia e attraversa una lenta trasformazione interiore, mentre Cordelia, divenuta regina di Francia, torna per salvarlo, ma la guerra si conclude con la loro cattura. Nel cupo finale di questo dramma, Cordelia viene uccisa e Lear muore di dolore stringendo il suo corpo inanimato mentre il regno passa nelle mani di Albany, Edgar e Kent, chiamati a sostenere lo stato ferito dopo la catastrofe.
- Re Lear: Saturno, il Capricorno e la discesa nell’essenziale
- Il padre saturnino, il divoramento e il clima dell’inverno
- Il disordine come moltiplicazione
- Le virtù e le ombre di Saturno
- Il Folle: la coscienza saturnina e la verità che punge
- La spoliazione verso il nulla e la sofferenza come passaggio
- La morte di Cordelia e l’ultima visione
- Conclusione
Re Lear: Saturno, il Capricorno e la discesa nell’essenziale

In Re Lear, Shakespeare da vita a un universo governato dalla forza archetipica più pesante, quella di Saturno, pianeta della privazione e del limite. È l’energia che presiede al Capricorno, segno zodiacale del suo domicilio diurno, ed è forse il dramma in cui l’autore porta più lontano la logica dell’inverno, stagione della luce minima associata a questo segno. Il paesaggio che circonda il regno si presenta come scarno e ostile e la luce lascia spazio all’oscurità e a ciò che resta della struttura nuda della materia. Il simbolismo saturnino domina ogni livello del testo e tutto nel dramma converge verso questa matrice, l’anzianità del re, la privazione dell’affetto, la severità del clima e la progressiva sottrazione di ruoli e tutele. Quello di Re Lear è un mondo che si restringe man mano che si sviluppano gli eventi e dove il protagonista, in parallelo, subisce un lento processo di contrazione verso un nucleo essenziale, quello che rimane dopo che ogni protezione è venuta meno.
La vicenda che da il via alla drammatica sequenza di eventi si apre nella sala del trono. Qui avviene un gesto che altera la struttura gerarchica rappresentata da Saturno. Lear è un re anziano e stanco e desidera alleggerirsi del peso del governo, così decide di distribuire il regno tra le figlie, ma lo fa senza comprendere che l’autorità non è un bene privato da dividere a piacimento perché rappresenta l’asse simbolico di un ordine prestabilito. Il dramma prosegue introducendo un elemento di deviazione e squilibrio. Per legittimare la divisione del regno, Lear organizza una cerimonia pubblica in cui invita le figlie a proclamare la misura del loro affetto, trasformando l’eredità in una gara di dichiarazioni e destinando le porzioni più ampie a chi saprà esibire l’amore più convincente. Nel trasformare la successione in una gara di dichiarazioni d’affetto, come se si trattasse di un gioco puerile, il re incrina proprio quel principio che dovrebbe garantire continuità e stabilità. Non solo, Lear dichiara apertamente la sua preferenza per Cordelia: “Ha sempre amato nostra sorella più di tutte” (I, i). Saturno, in astrologia, è legato alla continuità e alla disciplina e guarda con sospetto ogni fuga dai compiti assegnati. Da quella scelta iniziale, infatti, si irradierà una frattura che attraverserà l’intero mondo vitale dei personaggi, la famiglia, la corte, il regno e la natura.
Il padre saturnino, il divoramento e il clima dell’inverno

La figura del padre in Re Lear è modellata, dunque, sull’archetipo di Saturno, un’autorità che consuma ciò che dovrebbe custodire. È un’immagine ripresa dalla tradizione mitologica classica che racconto come Saturno divorasse i figli appena nati per timore di essere spodestato, un gesto perverso che parla di un ordine che si preserva attraverso la soppressione di ciò che potrebbe superarlo. Lear incarna un potere che chiede obbedienza come prova d’amore e pretende di essere confermato attraverso la coercizione. La scena iniziale della prova d’amore rivela questa dinamica con una chiarezza quasi crudele poiché il re, convocando le figlie per ottenere una celebrazione pubblica del proprio valore, impone il proprio volere: “Ditemi, figlie mie, quale di voi diremo che ci ama di più?” (I, i). Quando Cordelia rifiuta il gioco e risponde con un semplice “Niente”, Lear reagisce con una violenza che ha il sapore del divoramento: “Qui io ripudio ogni mia cura paterna!” (I, i). È un istante in cui il legame padre-figlia si spezza, e la frattura che si apre non riguarda più solo la famiglia, ma l’intero ordine gerarchico rappresentata dal re.
Il gesto ritorna su di lui con una simmetria implacabile. Goneril e Regan, cresciute in un clima in cui l’amore è stato misurato in termini di potere, applicano al padre la stessa logica che hanno appreso da lui. La scena del castello di Goneril, con la casa irrigidita, i servitori ostili e l’aria che sembra farsi più tagliente a ogni scambio, è il primo segnale di un mondo che si è contratto. Uno dei cavalieri lo nota: “Mio signore, io non so che cosa stia succedendo, ma a mio parere Vostra Altezza non viene trattata con la devozione rispettosa cui eravate abituato” (I, iv). Anche il Folle, che accompagna Lear come una coscienza obliqua e inesorabile, lo denigra: “I matti non sono mai stati peggio, perché i savi son diventati sciocchi” (I, iv). Le parole di entrambi descrivono la qualità emotiva del paesaggio che circonda il re dove il calore dei legami e il discernimento si sono ritirati, lasciando spazio a una materia dura e pietrosa, quasi glaciale.
Dopo essere stato respinto dalle figlie e privato di qualsiasi accoglienza, Lear vaga nella notte in cerca di un rifugio. Quando Lear cerca riparo vagando per i campi, Kent, sotto mentite spoglie, trova per lui una casa “più dura delle pietre con cui è costruita” (II, iv). Anche questa immagine condensa l’intero clima del dramma. La durezza non appartiene solo ai personaggi, ma sembra essersi depositata sugli elementi della natura, come se la natura stessa avesse assorbito la frattura originaria. Il clima diventa così la forma esterna di un universo in cui l’amore si è ritirato e la luce del re, simbolo di ordine e continuità, appare come oscurata. Più che con una stagione, l’inverno che domina Re Lear coincide con una condizione dell’anima, un paesaggio interiore che si riflette nella materia e nel cielo con tutto il suo gelo.
Il disordine come moltiplicazione

Una volta incrinato l’ordine, il disordine comincia a propagarsi come una crepa che si allarga in tutte le direzioni. È una dinamica tipicamente saturnina dove ciò che non viene contenuto si espande e ciò che non è governato si deteriora. L’errore iniziale di Lear, ovvero abdicare senza responsabilità, rinnegare la figlia più sincera e premiare la menzogna, produce un effetto domino che investe ogni livello dell’esistenza.
La famiglia è la prima sfera vitale ad incrinarsi. Il legame tra padre e figlie viene meno e con esso l’intero asse dell’autorità. Lear rinnega Cordelia, Gloucester fraintende Edgar e lo caccia come un traditore mentre Edmund sfrutta la frattura per insinuarsi al posto del fratello. Il vincolo generazionale che dovrebbe essere fondamento di stabilità diventa terreno di sospetto, rivalità e vendetta. La corte segue lo stesso destino. Le parole diventano strumenti di manipolazione e i servitori si dividono in fazioni. I rapporti si fanno opachi. Kent viene bandito per aver detto la verità, Oswald prospera grazie alla sua adulazione servile, e perfino i duchi di Albany e Cornwall si avviano verso un conflitto latente. Con le alleanze che si spostano e le relazioni che si sfaldano, la fiducia decade e diventa vapore sottile. Le due case rivali si osservano con diffidenza e iniziano a circolare voci di guerra. Con l’autorità centrale non più riconosciuta e il regno privato della guida del suo sovrano, gli eventi precipitano in una fase di instabilità crescente. Gloucester percepisce questo triste scenario con estrema lucidità: “L’amore si raffredda, l’amicizia si interrompe, i fratelli si dividono. Nelle città, sommosse; nelle nazioni, discordia; nei palazzi, tradimento; e si spezza il vincolo tra figlio e padre” (I, ii). È la diagnosi di un mondo che ha perso il proprio asse.
Come abbiamo visto in altre opere di Shakespeare, anche qui la natura del mondo esterno risponde allo squilibrio. La tempesta che si abbatte sulla brughiera non è un semplice fenomeno meteorologico ma la manifestazione fisica di un ordine cosmico turbato. Con i venti che urlano e la pioggia che flagella la terra sembra che il mondo intero sia entrato in una fase di convulsione. Lear, nel pieno della sua crisi, lo percepisce: “Soffiate, venti, e rompetevi le guance!” (III, ii). La natura sembra rispondere alla sua frattura interiore amplificandola. Infine, il cosmo stesso si oscura. Le eclissi, nominate esplicitamente nel testo, diventano il simbolo di un sole che viene inghiottito, di una luce che si spegne. Gloucester lo interpreta come un presagio: “Queste recenti eclissi del sole e della luna non ci promettono niente di buono” (I, ii). L’eclissi del cielo rispecchia l’eclissi del re. Lear, abdicando, ha oscurato la fonte della luce politica e simbolica del regno. Il disordine, dunque, straborda i confini e si moltiplica. È la logica del mondo saturnino, in cui la rottura dell’ordine trascina con sé tutto ciò che da quell’ordine dipendeva.
Le virtù e le ombre di Saturno

Saturno non è solo privazione, è anche disciplina, sobrietà e verità. Nel dramma queste qualità non restano astratte, ma prendono corpo in tre figure che, ciascuna a suo modo, incarnano una forma di rigore. Cordelia rappresenta la sincerità che non si presta alla menzogna, quella parola che non si lascia piegare né dall’interesse né dal timore: “Eppure no, sono certa che il mio amore pesa più della mia lingua” (I, i). Kent incarna la lealtà che non si sposta di un passo, nemmeno quando la franchezza diventa pericolosa: “L’onore è tenuto alla franchezza quando la maestà cede alla follia” (I, i). Edgar, infine, attraversa la prova scegliendo la via più umile e più ardua, quella della semplicità, della resistenza e della continuità con sé stesso, anche quando tutto intorno si dissolve.
Ma le stesse qualità saturnine che in loro appaiono come fermezza e integrità, in altre circostanze possono rovesciarsi nel loro contrario. La verità, quando perde la misura, diventa durezza, la lealtà può irrigidirsi in ostinazione e la sobrietà può trasformarsi in aridità. E soprattutto, Saturno governa la malinconia con il suo doppio rischio, una lucidità estrema o una follia che nasce dall’eccesso di visione. Lear incarna questo volto bifronte dell’archetipo. Da un lato la sua ira è quella del drago interiore: “Non venite tra il drago e la sua collera” (I, i). È un fuoco che brucia e sterilizza, come nelle sue maledizioni contro Goneril: “Versa la sterilità nel suo ventre, dissecca in lei gli organi della generazione” (I, iv). Dall’altro, la sua mente è quella del melanconico saturnino, attraversata da immagini accese e oscillazioni violente. “Quant’è più aspro del dente del serpente avere un figlio ingrato!” (I, iv), una frase che restituisce la sua percezione del mondo, un luogo ostile abitato da creature che mordono. Saturno, dunque, offre sia la capacità di vedere la verità sia il rischio di esserne travolti. È la forza che può rendere un uomo saggio o precipitarlo nella follia, a seconda di quanto l’anima riesce a reggere il peso della sua stessa lucidità.
Il Folle: la coscienza saturnina e la verità che punge

Nel mondo saturnino di Re Lear, il Folle è la voce che attraversa le crepe del potere e non risponde alle sue gerarchie. Shakespeare gli affida una mobilità che nessun altro personaggio possiede. È una figura la cui libertà nasce dai margini e questo gli permette di dire ciò che nessuno osa perché non ha nulla da perdere. Il suo modo di parlare cambia forma. A volte usa immagini e deviazioni, come se cercasse un varco nella corazza del re. Altre volte si avvicina senza protezioni e colpisce con una schiettezza che non concede scampo. “Hai fatto le tue figlie tue madri” (I, iv), è una battuta che coglie il punto in cui Lear ha già abbandonato la sua funzione.
La sua figura ha radici antiche. Nel Medioevo il folle di corte era l’unico che poteva rivolgersi al sovrano con franchezza perché la sua posizione liminale lo proteggeva e gli permetteva di dire ciò che gli altri tacevano. Nei tarocchi, il Folle è la carta senza numero. Cammina sul bordo del mondo, sospeso tra un passo e l’altro, aperto a ciò che incontra. Non porta un sapere ordinato, porta un movimento interiore che non si lascia fissare. C’è anche un’eredità astrologica che lo descrive. Il Folle appartiene alla sfera di Mercurio, il pianeta che governa i segni dei Gemelli e della Vergine. Dai Gemelli trae la rapidità mentale e la capacità di cambiare registro, dalla Vergine trae l’attenzione al dettaglio e la precisione che coglie l’errore. Questa doppia natura lo rende imprevedibile.
Quando Lear precipita nella tempesta, il Folle gli resta accanto. Lo segue nel vento e nella pioggia, gli parla mentre il mondo intorno si spezza, gli ricorda ciò che tenta di dimenticare. La sua voce è un filo che continua a vibrare anche quando il re perde ogni appiglio. E quando la follia diventa totale, il Folle scompare perché la sua funzione si è compiuta. Lear ha assorbito ciò che gli serviva. La guida che lo accompagnava fino alla soglia si ritira, come accade nei racconti in cui il maestro svanisce quando l’allievo è pronto per avanzare da solo. Il Folle è la verità che punge finché Lear non è in grado di sostenerla. La sua voce non appartiene al potere e non appartiene alla follia, si trova in un punto intermedio, un luogo in cui la lucidità e lo smarrimento si sfiorano. E quando Lear, ormai trasformato, dice “Il mio povero Folle è impiccato” (V, iii), la frase risuona come un addio che riguarda anche una parte di sé che non gli serve più.
La spoliazione verso il nulla e la sofferenza come passaggio

Cordelia: Come sta il mio regale signore? Come si sente Vostra Maestà?
Lear: Mi fate torto a tirarmi fuori dalla tomba.
Tu sei un’anima in estasi, ma io
sono legato a una ruota di fuoco, e le mie lacrime
scottano come piombo fuso. (IV, vi)
In una lettura psicologica moderna, Lear è un uomo che coincide con i ruoli che ricopre. La sua identità si appoggia a funzioni esterne e non a un centro stabile, e questo lo rende incapace di riconoscere sé stesso e gli altri. Il ‘niente’ di Cordelia incrina questa costruzione con una precisione assoluta: “Dal niente nasce il niente” (I, i). Da quel momento la sua figura comincia a dissolversi, come se ogni strato che lo proteggeva cedesse uno dopo l’altro. Saturno agisce attraverso la sottrazione e Lear attraversa questa legge fino all’estremo. Perde trono, casa, potere, dignità, vestiti, ragione, fino a diventare ‘niente’. “Tu sei la cosa in sé. L’uomo non adulterato non è più di un povero, nudo, forcuto animale come te” (III, iv). Ma nel punto più basso affiora qualcosa che prima non aveva spazio; nel vuoto che resta si fa strada la compassione. Lear vede il freddo del Folle, la miseria dei poveri, la fragilità umana. La preghiera sulla brughiera segna l’inizio di questo movimento interiore: “Ah, me ne sono curato troppo poco!” (III, iv). La spoliazione diventa un modo per scoprire ciò che era rimasto nascosto sotto il peso del ruolo.
Gloucester percorre un cammino che risuona con quello del re. La cecità fisica lo costringe a una forma diversa di visione, più interiore, e la finta caduta lo conduce a un’accettazione che ha il sapore di una resa lucida. “D’ora in avanti sopporterò l’afflizione finché essa stessa non gridi ‘basta, basta!'” (IV, vi). Anche lui discende e anche lui ritorna più essenziale. Nel cuore di Re Lear la sofferenza non si accumula come una serie di colpi, ma scava, apre e trasforma. Lear, privato dell’autorità, è costretto a guardare ciò che aveva sempre ignorato, la vulnerabilità degli altri e la propria. Il momento in cui si accorge dei “poveri nudi sventurati” (III, iv) esposti alla tempesta segna l’inizio di un cambiamento che non aveva mai conosciuto. Edgar completa questo quadro perché sceglie la discesa, assume la maschera del mendicante folle e attraversa il fondo senza esserne distrutto. La sua prova è un esercizio di resistenza e di continuità con sé stesso, una fedeltà che non si spezza nemmeno quando tutto intorno crolla.
In tutti e tre i personaggi la sofferenza riduce l’ego, dissolve le illusioni e apre uno spazio di verità. Non offre consolazioni, ma permette un contatto più diretto con ciò che è essenziale. È questo il movimento che Re Lear mette in scena, un attraversamento dell’ombra che restituisce a chi sopravvive una forma più nuda e più umana di consapevolezza..
La morte di Cordelia e l’ultima visione

La morte di Cordelia è l’orrore supremo, il punto in cui il mondo del dramma sembra spegnersi del tutto. Lear la tiene tra le braccia come se il tempo potesse ancora restituirla, come se un ultimo soffio potesse smentire l’evidenza. In quella sospensione estrema, Shakespeare lascia filtrare una possibilità che non appartiene alla logica degli eventi ma alla percezione interiore del re. Lear osserva il volto della figlia e crede di scorgere un movimento impercettibile, un segno che non appartiene al suo respiro ma al suo spirito ormai in volo. È vecchio, esausto, trasformato da tutto ciò che ha attraversato. La sua mente, ormai saturnina fino al midollo, si muove in una zona in cui la malinconia può aprire varchi di visione. I melanconici erano ritenuti capaci di vedere ciò che sfugge agli altri, e le sue ultime parole si collocano in questo spazio sospeso. “Guardate là, guardate!” (V, iii), sono parole visonarie che come un lampo attraversano la soglia tra il visibile e l’invisibile.
Lear muore in una miscela di dolore e gioia, una tensione che emerge anche in Cordelia e Gloucester. La loro fine è un crollo ma anche un punto in cui gli opposti si toccano. La frase che descrive la morte di Gloucester illumina questa ambivalenza: “Ma il suo cuore incrinato – troppo debole, ahimè, per sopportare il conflitto tra i due estremi della passione, gioia e dolore – si spezzò in un sorriso” (V, iii). È un’immagine che appartiene alla logica saturnina del dramma, in cui la sofferenza non annulla la possibilità di una visione più ampia, e la disperazione non esclude un barlume di pace.
Nelle ultime scene, il mondo sembra restringersi attorno a Lear. Il campo di battaglia è già silenzioso, le forze in gioco si sono consumate e ciò che resta è un padre che stringe la figlia come se potesse ancora proteggerla. In quel movimento finale si concentra tutto il percorso che ha attraversato, la perdita del ruolo, la discesa nella tempesta, la scoperta della fragilità umana, la compassione che nasce dal nulla e la lucidità che arriva quando ogni protezione è caduta. Il dramma si chiude su una doppia verità. Da un lato c’è la tragedia umana irrimediabile che non concede scampo, dall’altro c’è una forma di trascendenza che attraversa il dolore. Come una statua di pietra sotto lo scalpello del maestro, Saturno porta il vero io alla luce riducendo, sottraendo e portando la vitalità solare dell’ego a un limite insopportabile. È proprio in quel limite che viene restituito qualcosa di essenziale, una consapevolezza che non appartiene più al ruolo o al potere, ma alla parte nuda e cruda dell’essere.
Conclusione

Re Lear è forse il dramma in cui Shakespeare porta più lontano la logica di Saturno perché tutto ciò che è superfluo viene progressivamente rimosso. È una tragedia che non offre consolazioni facili. Cordelia muore, il regno è devastato e la sofferenza non viene risparmiata a nessuno. Eppure, nel modo in cui Lear muore – con gli occhi fissi su qualcosa che noi non vediamo – si apre uno spiraglio che è lungi dall’essere una vittoria o una redenzione completa. È piuttosto un movimento che costringe Lear a lasciare ciò che credeva di essere e ad avvicinarsi a ciò che è davvero. Saturno, il guardiano della soglia del sistema solare, chiarisce e rivela mettendo di fronte all’ego la nuda realtà. E in questa rivelazione dura e spoglia si apre la forza del dramma, la possibilità che, anche nel punto più estremo, l’essere umano possa intravedere qualcosa che somiglia alla luce.
Fonte: Shakespeare and the Stars: The Hidden Astrological Keys to Understanding the World’s Greatest Playwright, di Priscilla Costello, Ibis Press – 2016.
Parte I: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte I di VI: Romeo e Giulietta
Parte II: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte II di VI: Il Mercante di Venezia
Parte III: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte III di VI: La Tempesta
Parte IV: L’Astrologia nelle Opere di Shakespeare – Parte IV di VI: Macbeth
